DANNO DA DETENZIONE IN CONDIZIONI INUMANE E DEGRADANTI: QUALI RIMEDI RISARCITORI

L’art. 27 terzo comma della Costituzione, stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. 

Tale statuizione di principio, si traduce non soltanto in norme e direttive obbligatorie rivolte all’organizzazione e all’azione delle istituzioni penitenziarie, ma anche nel riconoscimento dei diritti di quanti si trovino in esse ristretti. 

Cosicché l’esecuzione della pena, non potrà mai consistere in trattamenti penitenziari che comportino condizioni incompatibili col riconoscimento della dignità umana. 

Ciò, in ossequio al valore incomprimibile ed inderogabile della dignità umana, paritario in tutti i rapporti riferibili ai cittadini, cosi come sancito dall’art. 3 della Costituzione. 

Pertanto, la detenzione contraria al senso di umanità, quale lesione della dignità dell’essere umano, costituisce una specifica fattispecie illecita, da cui discende il diritto per il detenuto al risarcimento del danno

La problematica del danno derivante da detenzione in condizioni inumane e degradanti, ha trovato, nel corso degli anni, un eco di particolare importanza anche in riferimento alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Sulla scorta di quanto disposto dalla Costituzione, anche l’art. 3 della CEDU obbliga gli Stati a garantire ai detenuti condizioni detentive compatibili con il rispetto per la dignità umana. 

La Corte europea di Strasburgo, con la celebre sentenza Torreggiani, oltre a condannare l'Italia nel caso specifico, ha invitato lo Stato italiano a sanare la propria posizione. 

Quest’ultimo, infatti, non prevedeva specifici ricorsi interni, idonei ad offrire una riparazione adeguata e sufficiente in caso di danno da detenzione inumana. 

Sulla scia dei ripetuti impulsi europei, il legislatore italiano è intervenuto introducendo nel nostro ordinamento un rimedio risarcitorio ad hoc, direttamente azionabile dai detenuti in conseguenza della violazione dell'art. 3 della CEDU. 

Il D.L. 26 giugno 2014, n. 92, convertito dalla L. 11 agosto 2014, n. 117, ha introdotto infatti nel corpo dell’Ordinamento Penitenziario l’art. 35 ter, recante «Rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell’art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nei confronti di soggetti detenuti e internati».

Ai sensi dell’art. 35 ter OP, la persona detenuta può presentare direttamente la richiesta di rimedio risarcitorio al Magistrato di Sorveglianza che ha giurisdizione in relazione all’istituto di pena, oppure al Tribunale Civile competente in relazione alla propria residenza. 

Tale rimendo può manifestarsi in due forme: 

- la prima scelta del legislatore, sia per ragioni di equità condivise dalla giurisprudenza della Corte EDU e sia per evidenti ragioni di risparmio, è quella di un risarcimento in forma specifica

Se la lesione del diritto umano si è protratta per il periodo minimo di 15 giorni, si prevede che il Magistrato di Sorveglianza disponga la riduzione della pena ancora non scontata di un giorno per ogni dieci.

- la seconda, se il periodo di pregiudizio è stato inferiore o se il periodo di pena residua non consente interamente la detrazione, è previsto che il Magistrato di Sorveglianza disponga per il residuo periodo il risarcimento per equivalente, pari ad 8,00 euro per ogni giorno trascorso subendo il pregiudizio accertato. 

Inoltre, se la persona non è più detenuta, questa deve presentare la richiesta di rimedio risarcitorio al Tribunale del capoluogo del distretto nel cui territorio ha la residenza, entro sei mesi dal termine della detenzione.

Il risarcimento per equivalente è quindi l'unico rimedio esperibile dinnanzi al giudice civile, ed è instaurabile mediante procedimento camerale ex art.737 c.p.c.